Il Favoloso Mondo di Amelie
Into The Wild
Canone Inverso
Le Fate Ignoranti
Sliding Doors
Se mi lasci ti cancello
Mare dentro
Il Gattopardo
L'ombra del Vento
Caos Calmo
Qualcuno con cui correre
Il Paradiso degli Orchi
Nelle Terre Estreme
Achille Piè Veloce
Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares
La Casa del Sonno
La tredicesima storia
Tokyo Blues Norwegian Wood
Ligabue
Carmen Consoli
Afterhours
Pearl Jam
Subsonica
Vasco
Keane
Muse
Jamiroquai
Aerosmith
Placebo
Franz Ferdinand
Bruce Springsteen
Wallflowers
Negrita
Firmino-Sam Savage-
Si chiama Norwegian Wood, la canzone che ascolto ora per la prima volta in vita mia.
Forse dovrei vergognarmi per non conoscerla, ma francamente non sono mai stata un'esperta di Beatles (pur amandoli), e per me quella di oggi è una piccola grande scoperta.
E' il leit motive del libro che ho appena terminato, "Tokyo Blues Norwegian Wood" per l'appunto, del quale ho divorato le ultime pagine stesa al sole di Ostia in un sabato pomeriggio di mare rubato a una giornata all'insegna dell' indolenza della nostra casa senza condizionatori.
E' un libro bello, delicato, tremendamente nostalgico e triste, che un paio di anni fa lasciai a metà senza un vero perché. Ma ora sinceramente me lo chiedo, cosa mi abbia spinta a passare a un altro volume lasciando la storia di Toru e Naoko a metà, proprio quando si stavano riavvicinando e ritrovando in quella clinica immersa nel bosco tra i fantasmi del passato di lei e gli slanci di un amore impossibile di lui.
E' davvero curioso come il nostro umore e i periodi che viviamo nella vita ci condizionino nella scelta di un libro. Io che sono sempre stata piuttosto dura rispetto ai libri che lascio a metà, mi sono ripromessa che proverò a riprenderli tutti quanti...chissà che non ne rimanga piacevolmente sorpresa come è successo con questo gioiello di Murakami.
"La morte non è qualcosa di opposto ma di intrinseco alla vita. Che questo fosse vero era fuori di dubbio. Nel momento stesso in cui viviamo, cresciamo in noi la morte. Ma questa era solo una parte della verità che dobbiamo imparare. [...] Per quanto uno possa raggiungere la verità, niente può lenire la sofferenza di perdere una persona amata. Non c'è verità, sincerità, forza, dolcezza che ci possa guarire da una sofferenza del genere. L'unica cosa che possiamo fare è superare la sofferenza attraverso la sofferenza, possibilmente cercando di trarne qualche insegnamento, pur sapendo che non ci sarà di nessun aiuto la prossima volta che la sofferenza ci colpirà all'improvviso".
Proviamo a tornare lentamente alla normalità, ai ritmi di sempre.
Non è affatto semplice dopo ciò che abbiamo vissuto; un dirompente ciclone di emozioni, che ci ha travolti dai primi di giugno e che ancora ci porta in giro, ci fa stare a mezz'aria, proprio a metà tra sogno e realtà.
Il primo ciclone ci ha travolti il 6 giugno, tra bagni di riso bianco, fiocchi di raso, fiori profumati, baci, abbracci, promesse, preghiere, flash, lacrime, volti commossi e sorprese. E' assolutamente impossibile per noi quantificare il bene che ci è stato profuso, da ogni fronte, in ogni modo, sotto qualsiasi forma.
Ancora adesso ne sono stordita, e credo che non dimenticherò mai ogni singolo messaggio, ogni singola telefonata, ogni sorriso sincero e ogni volto incrociato lungo il mio cammino all'altare. Ci hanno dato la forza per sorridere mentre affrontavamo un passo più grande di noi. Ci hanno fatti sentire in compagnia, lungo questo viaggio insieme. Ci hanno riempiti di pura e semplice felicità.
Il secondo ciclone ci ha travolti a circa 9000 chilometri da casa, tra la selva verde dello Yucatan, le strade "strette e diritte" dove danzano mille farfalle colorate, le spiagge quiete e deserte del Quintana Roo, e le case basse e colorate del Campeche.
In mezzo a tutto questo miseria, lusso, palme, comedores, mosquitos, siti archeologici millenari, piramidi dissestate da scalare, misteri, luci, calore e umidità da non riuscire a respirare, angoli di ombra tra le baracche, iguane socievoli, sorrisi semplici e dignitosi della gente povera, il pollo asado, i camarones, i mercati, le amache colorate, gli angoli di paradiso tra il verde della terra e l'azzurro del cielo, le nuvole (grosse e morbide, zucchero filato sospeso in aria), i blocchi dell'esercito tra uno stato e l'altro, i bagni nei freschi cenotes, orecchini appesi alle bancarelle, coca cola in vetro, le colazioni a base di frutta tropicale, la nostra guida fedele (una bussola millimetrica che ci ha indicato costantemente la via), le tartarughe marine giganti che si accoppiavano nella corrente e... e poi noi, increduli e storditi da tanta natura e vita che si lasciava accarezzare dalle nostre mani di viaggiatori.
Perché così ci siamo sentiti, viandanti e non turisti, viaggiatori e non vacanzieri, in giro per una terra che ci ha accolti come figli da nutrire.
Ci ha nutriti di sole, di sabbia, di natura, di storie e luoghi da raccontare.
Proviamoci quindi, a tornare alla vita di tutti i giorni dopo tutto questo.
Sono sicura che in due ci riusciremo, non senza un pizzico di nostalgia.


L'ispirazione viene con una una stupida classifica, di quelle che solo Facebook può spingere a fare; le mie canzoni preferite, e il tentativo di stilare una lista che abbia un senso e soprattutto una fine, condensando e ricordando momenti, serate, occhi, persone, periodi, lacrime, città d'Italia e d'Europa, e tutto quello che di umano sta dietro a ogni singola canzone.
Allora metto tra le prime One HeadLight, conosciuta grazie a colui che mi ha fatto scoprire l'amore e la sofferenza. Metto Ligabue, perché non può non esserci, è la colonna sonora della mia vita e alla mia età non mi vergogno di ascoltarlo con la stessa tenerezza e illusione di quando di anni ne avevo 12; poi ci sono gli Aerosmith con Hole in my Soul, perché l'ascoltavo mentre piangevo per la mia prima cotta andata a male, c'è Vinicio che mi cullava qualche estate fa tra empatia e scelte difficili, c'è Justin Timberlake perché la musica mi piace anche quando sa essere frivola, e poi ci sono i Chemical Brothers perché della musica amo anche il ritmo grezzo ed elettronico, che fa ballare senza pensare a nulla... ci sono i Subsonica con i tormenti auto referenziali, e ci sono altri titoli che per un motivo o per un altro mi appartengono.
Ma ce n'è una che mi stupisce per il suo modo di imporsi nella mia hotlist.
La inserisco così, senza pensarci, e la ascolto e riascolto mentre mi tornano in mente le immagini di ormai 5 anni fa, di quello che sembrava un film e poi si rivelò un grande bluff.
E' Strade di Francia, di Daniele Silvestri; un pezzo che mi ricorda uno dei momenti più finti e sbagliati della mia vita, durato il tempo di rendersene appena conto... di quei momenti che insomma, se si potesse tornare indietro quell'errore uno se lo risparmierebbe volentieri. Uno di quei periodi di cui ci si vergogna un po' e (grazie a Dio!) dai quali si è imparato moltissimo.
La ascolto e mi fermo a riflettere su come sia bello poter sorridere di uno sbaglio e portarselo dentro senza rancori. Finora ci sono riuscita per ogni singolo momento della mia vita, e ho dato senso a quel simbolo che ho tatuato dietro la spalla, che mi ricorda che è tutto un punto e virgola, che il discorso non termina mai, perché ti porti sempre dietro ciò che sei stato, nel bene e per il tuo bene.
Perché le cose non vanno mai come vuoi tu...
...anzi è più facile che cambino ancora di più...
Le cose cambiano e cambio anche io, ma non posso dimenticare ciò che è stato.
Ciò che è stato farà sempre parte di me.


Le 3.32 di notte.
Dormo supina, o almeno credo.
Qualcosa mi sveglia, non capisco se un tremolio o un rumore.
Poi sento le serrande che sbattono, l'armadio che scricchiola.
Il letto inizia a tremare, e io con lui.
Tocco istintivamente Francesco che forse ancora dorme, e con un filo di voce gli dico "Oddio Fra...il terremoto". Prendo un respiro profondo mentre continuo a tremare, e aspetto che la scossa si plachi. Passa qualche secondo e tutto si ferma. Poi iniziano gli squilli del telefono al piano di sotto e di sopra. Noi rimaniamo in silenzio, non ho voglia di chiamare mamma, penso che lei, vivendo al piano terra, non avrà sentito nulla, e non voglio allarmarla.
Eppure ho la sensazione che non sia accaduto qualcosa di "innocuo". Non una scossetta di assestamento ai Castelli, insomma.
Mi alzo per andare in salone e accendere la tv, e passando per il corridoio noto che c'è qualcosa a terra... è il ramoscello di palma che abbiamo preso la mattina a messa; è caduto. E' l'unico "danno" che ha provocato la scossa a casa, ma mi si stringe comunque lo stomaco nel vederlo in terra invece che sul crocifisso a proteggere le nostre mura.
Accendo la tv che sembra ignorare quello che è successo... Marzullo sulla rai, Rihanna su Mtv, un film sconosciuto su canale 5. Sono curiosa di capire cosa sia successo, e soprattutto dove... più che curiosa, direi che sono allarmata.
Riprendo sonno a stento e dopo un'ora, ma comunque mi calmo.
La mattina Francesco si alza poco prima di me per preparare il caffè, mentre io mi rigiro ancora qualche minuto tra le coperte.
Mi chiama ad alta voce; capisco solo le parole "Terremoto" e "L'Aquila".
Mi precipito davanti alla tv, mentre a un tratto l'urgenza di chiamare mamma diventa impellente: devo sapere cosa è successo a Sante Marie.
Nel precipitarmi ripasso per il corridoio; il ramoscello è ancora al suo posto e tiro comunque un sospiro di sollievo.
Le immagini che vedo parlano da sole: non me lo stringono, ma me lo spaccano letteralmente lo stomaco. Mentre nella mia casa veniva giù un ramoscello di palma, durante la stessa scossa migliaia di case crollavano, si sbriciolavano e implodevano uccidendo persone che stavano dormendo, proprio come me.
E' un'idea che non mi fa dormire la notte.
E che mi sveglia puntualmente alle 3.30.







Per me l'Aquila sarà sempre questo: un viaggio con un amico nella mia terra d'infanzia, un concerto, una festa dell'unità, sarà odore di arrosticini e di gioventù, sarà panorami familiari, montagne inframmezzate da paesini, sarà un pendio dolce dove ballare rocksteady, sarà una basilica dalla facciata bianca, sarà un prato dove riposarsi e parlare di noi... sarà custode di un ricordo profondo.

Revolutionary Road.
Lei e lui si amano e poi si odiano, come nel più comune dei matrimoni del ventesimo secolo. Però non soltanto si odiano, ma si distruggono, dilaniano, rapinano dei rispettivi sogni e di tutto quell'entusiasmo che esplode nel momento in cui pensi che quella persona sarà per te per tutta la vita.
Decisamente da NON vedere, se state per sposarvi e nutrite qualche speranza sull'indissolubilità di un amore. Ma è senz'altro vita vissuta, e nemmeno poi così irreale.
Tanto io ho il lanterino per i film sbagliati al momento giusto.
Se sono di umore nero, sarò in grado di scegliere la più tetra delle pellicole, giusto per metterci il carico da 12. Se sono in piena fase riflessiva pre-matrimonio, sarò così avventata da andare a vedere Revolutionary Road. Oppure coraggiosa, chissà.
Fatto sta che stavolta il film tetro e cupo non mi ha scalfita, e ne sono uscita serena. Anzi, meglio. Ne sono uscita ancora più convinta del fatto che chi non risica non rosica, e che di ansie, almeno per ora, nemmeno l'ombra.
Qualche scontro sì. Perché come dice qualcuno "non ve ne fate passare nemmeno una" e sembra proprio questa la nostra forza. Allora spero di non farcene passare una per il resto della nostra vita. E di stemperare sempre un Revolutionary Road con un bel Borat, proprio come sappiamo fare noi.

" There’s so much craziness surrounding me
There’s so much going on it gets hard to breathe
All my faith has gone you bring it back to me
You make it real for me
Well I’m not sure of my priorities
I’ve lost site of where I’m ment to be
And like holy water washing over me
You make it real for me "
JAMES MORRISON